--- attimi di vita ---

lunedì, maggio 17, 2004

Ho letto recentemente a proposito del film su Troia uscito in questi giorni (scritto da Valerio Massimo Manfredi) ke : "
"..Achille è ancora vivo sotto le grigie spoglie di ragionieri e avvocati, contabili e di impiegati. Achille che getta via la sua vita in cambio di un lampo di gloria accecante, che non sa cosa sia il perdono, che consuma la vendetta fino all'estremo limite della ferocia..."
Certo Manfredi è un bravo scrittore ma mi ha colpito molto la descrizione di questo Achille dormiente in tutti noi, e ke spero sia anke dentro di me e ke prima o poi verrà fuori.
Kissà quando vivrò avventure, odi, passioni; x ora il massimo della mia trasgressione è far aumentare i trigliceridi con un pò di nutella.


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Tempo fa scrissi del vuoto ke provavo a nn aver avuto un fratello maggiore, ebbene ho ritrovato in altri blog questa descrizione.
Persone che ringraziano amici a cui vogliono bene come a fratelli pur non avendo avuti fratelli maggiori.
Ed allora mi sono chiesto: " e i fratelli minori?".
Xkè a cominciare da me non sentiamo la mancanza di fratelli minori ma solo di fratelli maggiori?
Xkè vogliamo essere noi i fratelli minori di qualcunaltro?
Forse aver un fratello minore implica responsabilità? accudimenti?
Forse avere un fratello maggiore implica qualcuno ke si prende cura di te?

Ma xkè ki non ha fratelli sente la mancanza di quello maggiore?
E a ki ha fratelli cosa succede? di ki sente la mancanza o la presenza?

In conclusione volevo solo scrivere ke ho scoperto ke la mia sensazione provata in alcuni momenti della mia vita, non è altro che una percezione banale e comune a molti.

Forse è un residuo genetico di vite familiari numerose, di vite vissute con molteplici prole.
Forse così come ki ha un braccio amputato continua a sentirlo e a percepirlo, forse così ki non ha fratelli ravvisa l'esigenza di averne uno come atavico ricordo pregresso iscritto nei geni.

Xcui se finora pensavo ke la mancanza di un fratello maggiore fosse solo una mia particolare esperienza, adesso so che invece ha origine nell'inconscio collettivo, xcui non mi appartiene più, non è più una cosa mia personale ma è di una moltitudine.

E forse adesso conscio di ciò, mi sono liberato di tale vacuo sentore.









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martedì, maggio 11, 2004

dopo un risultato ottenuto, ovvero essere dopo tanto tempo riuscito ad avere la soluzione giusta, mi stropiccio gli occhi, volgo lo sguardo dal monitor e vedo un 30/40 videocassette e subito penso "Quanto tempo è imprigionato in  quelle videocassette" - " quanto tempo dovrò avere x rivederle, semmai un tempo avrò" - " allora è come non averle, ma se non le avessi non occuperebbero tutto quello spazio ke potrei recuperare".
Qualche secondo dopo mi sono stupito di aver pensato come prima cosa: "quanto tempo" e "quanto spazio" e solo in un secondo tempo "quanti soldi" spesi inutilmente.
in sottofondo ho "Shut up", che per quanto vecchiotta di qualke mese, a me piace e continuo a sentirla.



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martedì, marzo 30, 2004

Vi prego datemi un p...

Vi prego datemi un pò di tempo, prima di denunciarmi per aver abbandonato questo blog .

Lo so non si adotta un blog per poi abbandonarlo,

lo so nei primi giorni, mille attenzioni...poi col passare del tempo nulla più

lo so che sarebbe potuto accadere, ed è accaduto anche a me

ma ora cercherò rimedio.

Vi prego, solo ancora un pò di tempo, poi cercherò di rivitalizzare questo blog ormai agonizzante 

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venerdì, febbraio 13, 2004

Stamani verso le 08....

Stamani verso le 08.00 ho scongelato il frigo, ormai era improcastinabile, i cassetti non si chiudevano, tanto era il ghiacco che si era formato.
Eppoi all'insegna del risparmio energetico e della maggior resa urgeva scongelarlo.
L'operazione è iniziata qualche giorno fa, dando fondo ai surgelati contenuti, così da svuoltarlo.
Stamani ho staccato la spina, ho preso acqua calda dal rubinetto ....e via sul ghiaccio, che così si iniziava a sciogliere.
Non tanto facilmente, poi ho grattato con le mani, ma niente non se ne veniva, ancora altra acqua calda e poi sono venuti giù lastroni interi di ghiaccio [( ci potevi pattinare sopra) (beh! ho esagerato)].
Il grosso incoveniente è stato che tra l'acqua che buttavo e il ghiaccio che si scioglieva si sarebbe formato un lago intorno al frigo, se non asciugavo ripetutamente con uno straccio.
Insomma una faticaccia, necessaria, ma pur sempre un faticaccia, considerando che i cassetti per i surgelati sono in basso al frigo, son dovuto stare prono e chino per oltre un'ora.
Complessivamente è durato tutto un'ora e mezzo, dopodichè ho rimesso la spina nella presa della corrente et voilà, il frigo è pronto a riempirsi di nuovi surgelati (corro subito al supermercato: ci sono i bastoncini Findus in offerta, ne faccio una scorta).

Quindi oggi ho fatto una cosa banale, perchè merita di essere raccontata?

Il perchè nasce dal fatto che nel mentre "scongelavo" arriva mia madre che mi vede tutto preso e coinvolto e mi dice con nonchalance: "mica si scongela così!!! - basta togliere la spina la sera ed al mattino senza nessuna fatica ecco il frigo senza ghiaccio".
Ed allora mi sono venuti i dubbi: ma come si scongela? qual è il metodo corretto? ne esiste uno ufficiale?
Dopo tanto lavoro, mi si dice che è stato inutile e si poteva fare meglio!
Sono rimasto di "ghiaccio", ...ma come ...io ho sempre fatto così.
Penso che la cosa importante è che i cibi nella parte non "surgelati" del frigo rimangano senza corrente il meno possibile, ed ecco perchè in un'ora e mezza ho fatto tutto, così i fermenti lattici dei miei yoghurt rimangono ancora tutti vivi.
Io ho sempre scongelato così, in quanto per anni ho lavorato presso un negozio di alimentari che aveva 3 banchi surgelati, 1 banco frigo e 1 frigo-cella, e mi occupavo della manutenzione del freddo, non c'era settimana che bisognava scongelare almeno uno, a turno, e il metodo più veloce per evitare di far stare il banco senza merce (e quindi merce non venduta) era quello di usare acqua bollente (+ aceto) per sciogliere il ghiaccio in breve tempo.
Ho così istintivamente ripetuto il metodo a casa, ma ora mi chiedo come si scongela un frigo casalingo? Se qualcuno di voi che sta leggendo mi fa sapere, gliene sarei grato.
Stamani mi sono accorto che più che un refrigeratore per cibi, mi ritrovo ad avere un produttore di ghiaccio, ho tolto via almeno 3 kili di ghiaccio ( non sto esagerando), non pensavo di trovarne tanto in quanto credevo che, grazie al black out italiano del 28 settembre scorso, un pò di ghiaccio si era già sciolto ed invece no.















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giovedì, febbraio 12, 2004

Ogni giorno ci vorre...

Ogni giorno ci vorrebbe  un po' di buonumore e qualche sorriso in più. 

Se tra i tanti impegni che ogni giorno abbiamo, ci fermiamo un po’ e ci guardiamo in giro, potremo notare che: per strada s'incontrano solo facce tese,  gente triste, persone che urlano come se stessero parlando da sole, ed invece  stanno litigando al cellulare.

Ogni giorno ci vorrebbe  un po' di buonumore e qualche sorriso in più. 

Ormai le cattive notizie ci inseguono dovunque andiamo (tv-radio-internet-via sms,ecc..), con l’euro ci sentiamo tutti più poveri, ed è così più difficile trovare una ragione per sorridere.

Ogni giorno ci vorrebbe  un po' di buonumore e qualche sorriso in più. 

L’allegria e la letizia che un sorriso provoca sono sempre più rare, un gesto così naturale e spontaneo è diventato ormai una “medicina”: la terapia del sorriso ( chi si ricorda il film di Robin Williams “patch adams” ?  il medico vestito da clown) che usa quest'innato rimedio, insito in ognuno di noi, per rendere più efficaci o perfino di sostituire del tutto le medicine tradizionali.

Ogni giorno ci vorrebbe  un po' di buonumore e qualche sorriso in più. 

Il sorriso non deve essere l'effetto di una causa (in tal caso sorrideremo solo un paio di volte l’anno), il sorriso deve essere il rimedio contro qualcosa che ci fa male, deve essere una filosofia per affrontare la vita.

Ogni giorno ci vorrebbe  un po' di buonumore e qualche sorriso in più. 

Bisogna saper sorridere anche di fronte alle difficoltà più grandi e guardare la vita in positivo.

Ma come si fa ad affrontare la vita sorridendo? Come si mette in pratica?

Forse si deve mantenere una minima capacità di astrarsi dai problemi quotidiani, di guardarli con occhio più distaccato, ah! ecco: bisogna volare alto.
Forse è sufficiente alzare un po' lo sguardo e guardarsi intorno. Scoprire che anche chi ci sta intorno magari ha gli stessi nostri problemi e, anzi, qualcuno ne ha anche di più grandi.
Se ci ostiniamo a vivere come a Flatlandia, in un mondo bidimensionale, allora  una pietra, uno scalino ci appariranno come enormi ostacoli.

Se invece ci solleviamo e guardiamo dall'alto, le cose allora cambiano, gli ostacoli si abbassano, ci appaiono delle scorciatoie e perfino delle vie d'uscita.

Ogni giorno ci vorrebbe  un po' di buonumore e qualche sorriso in più. 

Si deve cercare nelle piccole cose e nei piccoli gesti quotidiani la forza per tornare a sognare, a sperare, a regalare un sorriso.

Ogni giorno ci vorrebbe  un po' di buonumore e qualche sorriso in più. 

Un sorriso non ha prezzo, non lo si può comprare, anche se sorridendo ci sentiremo certamente più ricchi.

Ogni giorno ci vorrebbe  un po' di buonumore e qualche sorriso in più. 

 



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mercoledì, febbraio 11, 2004

Oggi ho iniziato a l...

Oggi ho iniziato a leggere un libro, ne ho preso uno a caso tra gli ultimi comprati (in edicola abbinati) e non ancora letti  [eh! si, da quando ho internet non leggo più tanti libri, e soprattutto non leggo più un libro lo stesso giorno che l'ho comprato (acquistato-letto e finito) ].

Eccone qui un pezzo:

Quando abbasso gli occhi su questa fica fottuta di puttana sento tutto il mondo sotto di me, un mondo che barcolla e precipita, un mondo usato e levigato come il cranio di un lebbroso.

Se ci fosse un uomo che osasse dire tutto quello che ha pensato di questo mondo, non gli resterebbe un piede quadrato di terreno su cui stare in piedi.

Quando un uomo si fa avanti, il mondo gli crolla addosso e gli rompe la schiena.

Ma ne restano in piedi sempre troppe, di colonne, troppa umanità purulenta perché fiorisca l’uomo.

La sovrastruttura è una menzogna e le fondamenta sono una paura trepidante.

Se a intervalli di secolo compare un uomo con uno sguardo disperato, affamato, nell’occhio, un uomo capace di rovesciare il mondo per creare una razza nuova, l’amore che egli porta al mondo si muta in bile ed egli diviene un flagello.

Se a volte incontriamo pagine esplosive, pagine che feriscono e bruciano, che strappano gemiti e lacrime e bestemmie, sappiate che son pagine di un uomo alle corde, un uomo a cui non resta altra difesa che le parole e le parole sono sempre più forti della menzogna, peso schiacciante del mondo, più forte di tutte le ruote e i cavalletti che i vili inventano per infrangere il miracolo della personalità.

Se un uomo mai osasse tradurre tutto quel che ha nel cuore, mettere giù quella che è la sua vera esperienza, quel che è veramente verità, io credo allora che il mondo andrebbe infranto, che si sfascerebbe in frantumi, e né dio, né accidente, né volontà potrebbe mai radunare i pezzi, gli atomi, gli elementi indistruttibili che componevano il mondo. 
Nei quattrocento anni dopo che comparve l’ultima anima divoratrice, l’ultimo uomo che conoscesse il significato dell’estasi, c’è stato un continuo netto declino dell’uomo nell’arte, nel pensiero, nell’azione.

Il mondo è esausto: non ne è rimasta una scoreggia secca.

Come può, chi possieda occhio affamato, disperato, aver il minimo riguardo di questi attuali governi, leggi, codici, principii, ideali, idee, totem e tabù? 

Se qualcuno sapesse cosa significava leggere l’enigma di quella cosa che oggi si chiama “cretto” o un “buco”, se qualcuno avesse il menomo sentimento del mistero attorno al fenomeno che si etichetta “osceno”, questo mondo precipiterebbe.

E’ l’orrore osceno, l’aspetto secco, fottuto delle cose che fa apparire come un cratere questa pazza civiltà.

E’ questo grande abisso di nulla spalancato che gli spiriti creativi e le madri della razza si portano tra le gambe. 

Cose, certe cose dei miei vecchi idoli mi fan salire le lacrime agli occhi; le interruzioni, il disordine, la violenza soprattutto, l’odio che hanno destato.

Quando io penso alle loro deformità, allo stile mostruoso che han scelto, alla flatulenza e alla noia delle loro opere, a tutto il caos e alla confusione in cui han sguazzato, agli ostacoli che si sono accumulati attorno, provo un’esaltazione.

Tutti si son voltolati nel loro sterco. Tutti quelli che troppo hanno elaborato.

Tanto vero che quasi vorrei dire: “Mostratemi un uomo che troppo elabori e io vi mostrerò un grande uomo!”

Quel che si dice la loro eccessiva elaborazione è carne mia: è segno della lotta, è la lotta medesima con tutte le fibre che vi si attaccano, l’aura, l’atmosfera stessa dello spirito discorde.

E quando mi mostrate un uomo che si esprime perfettamente io non dirò che egli non è grande, ma dirò che non mi attrae…Per me, gli manca l’eccesso, lo smodato.

Quando penso che ciò che l’artista implicitamente si propone è di rovesciare i valori costituiti, far del caos che lo circonda un suo ordine, seminare lotta e fermento, sì che per un rilancio emotivo quelli che son morti rinascano alla vita, allora io corro con gioia ai grandi imperfetti, la loro confusione mi nutre, il loro balbettamento è musica divina ai miei orecchi.

Nelle pagine ben gonfie che seguono le interruzioni io vedo cancellata ogni meschina intrusione, ogni norma sporca, per così dire, di vigliacchi, bugiardi, ladri, vandali, calunniatori.

Vedo nei muscoli gonfi delle loro liriche gole la fatica che occorre per volgere la ruota, per riprendere il passo dove uno ha ceduto.

Vedo che dietro i fastidi e le intrusioni quotidiane, dietro la meschina scintillante cattiveria dei deboli e degli inerti, c’è il simbolo del potere delusivo della vita, e colui il quale crei l’ordine, colui il quale semini lotta e discordia, giacché è pieno di volontà, quell’uomo sempre dovrà andare alla gogna e al patibolo.

Vedo che dietro la nobiltà dei suoi gesti si nasconde lo spettro della ridicolezza totale – che egli non è solamente sublime, ma assurdo. 
Una volta pensavo che essere umano fosse la maggiore meta dell’uomo, ma oggi vedo che questo significava distruggermi. Oggi mi vanto di poter dire che sono disumano, che appartengo non agli uomini e ai governi, che non ho nulla a che fare coi credi e coi principii.

Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell’umanità – io appartengo alla terra!

Lo dico giacendo sul cuscino e sento le corna che mi spuntano dalle tempie.

Vedo attorno a me tutti quei miei pazzi antenati che danzano attorno al mio letto, che mi consolano, che mi stimolano, che mi flagellano con le loro lingue di serpe, che ghignano e irridono coi loro teschi grotteschi.

Io sono disumano. 

Il libro in questione è Tropico del Cancro di Henry Miller uscito nel 1934 ha quindi 70 anni.

Posso perciò leggerlo con calma, anche se ci metterò 1 o 6 mesi, ormai dopo 70 anni non fa differenza, prima o poi verrò a consocenza di quello che c'è scritto dentro. 



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martedì, febbraio 10, 2004

Spesso vorrei essere...

Spesso vorrei essere altrove, forse perché non sono contento del luogo in cui sono - e per luogo intendo un luogo mentale - e quindi ho voglia di andare altrove; ma, allo stesso tempo, ho paura di questo altrove sconosciuto.

Spesso sto in un posto, faccio qualcosa, e penso di aver bisogno di stare in un altro posto e di fare altre cose; ma poi in realtà, resto sempre lì.
Si può ricominciare tutto da capo?

Ma cosa cerco? Dove vado?

Quali conflitti, paure e fantasmi si agitano dentro di me?

Quale malessere mi possiede e mi attanaglia?
Spesso vorrei essere altrove, ma sono razionalmente inchiodato alla realtà, di cui vorrei tanto varcare il confine.

Penso tutto questo mentre sto scrivendo e alla radio c’è una canzone di Celia Cruz, Grande Celia!!! riesce a trasmettermi ritmo, irresistibilmente i miei piedi di muovono, anche se sono consapevoli che io non so ballare, ...e sono preso da ritmiche vibrazioni.

Prima o poi prenderò la decisione di andare altrove, ( chissà succederà domani o dopodomani o forse mai), ma questo altrove è sempre indefinito, vagheggiato e vago.
Altri tempi, altri uomini, andavano via, mollavano tutto, andavano in America e facevano anche fortuna.

Ho bisogna di una fuga, di sentirmi sconfinato nel vasto mondo che offre tante opportunità, ed invece rimango fermo, in attesa di un lavoro, di una indipendenza economica che mi serva come antidoto alla paura di vivere, di invecchiare, o di ammalarsi.
Spesso penso che altrove potrei vivere  con entusiasmo, allegria, essere irresponsabile, ed aver fiducia nel futuro.

Ma al solo pensare di andare altrove mi vengono i sensi di colpa, l'idea di essere sul punto di fare qualcosa che farà male a qualcuno, alla moglie/fidanzata/figli/nucleo familiare, mi blocca.

So di non aver capito per tempo certe cose, di non essermi dato la spazio necessario per vivere, ero giovane ( sempre come luogo mentale) , il tempo è passato ed adesso non lo sono più.

Forse adesso sbaglio a pensare di andare altrove e fare altre cose, forse un altrove non esiste.

 





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lunedì, febbraio 09, 2004

Sono passati quasi 8...

Sono passati quasi 80 anni e non è cambiato nulla: è ancora valido quello che scrisse Pirandello o per lo meno lo sento come qualcosa di mio.

"La carriola"

Quand'ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d'addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr'occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d'una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m'acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l'onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m'assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d'altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d'esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall'esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell'altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d'avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all'altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell'atto ch'io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d'un tratto s'è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m'opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po' di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L'unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un'altra nuova.
M'ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m'occupava, senza che per questo, intanto, mi s'avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s'era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d'una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell'infinita lontananza; d'una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d'atti, non d'aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n'accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata. Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all'arrivo, mi ritrovai d'un tratto in tutt'altro animo, con un senso d'atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m'apparvero come votati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d'una gravezza crudele, insopportabile.
Con quest'animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m'attendeva all'uscita, e m'avviai per ritornare a casa.

Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d'ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da' miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
Spaventosamente d'un tratto mi s'impose la certezza, che l'uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l'uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io. Conobbi d'un tratto d'essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell'uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita. Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia. Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m'appariva, così vestita, così messa su, mi parve estranea a me; come se altri me l'avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s'accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai! Chi lo aveva fatto così, quell'uomo che figurava me? chi lo aveva voluto così? chi così lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare così? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell'altro? Commendatore, professore, avvocato, quell'uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l'opera, il consiglio, l'assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro - ero io? io? propriamente? ma quando mai? E che m'importava di tutte le brighe in cui quell'uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall'assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell'esercizio della sua professione?
Ed erano lì, dietro quella porta che recava su la targa ovale d'ottone il mio nome, erano lì una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch'era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell'uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico. Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell'uomo, di quell'uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti qua doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sì, fors'anche la moglie...
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No. Non li sentii miei. Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d'atroce afa col quale m'ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.

Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s'affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d'aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d'esser vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla, e morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sé una morte, senza conoscerla. Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire.
Il mio caso è anche peggiore. Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c'è stata mai. Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un'anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo. E grido, l'anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: - Ma come? io, questo? io, così? ma quando mai? - E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare. Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m'importa nulla, fatta segno d'una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me: cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.
Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti. Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te. E come spire e tentacoli t'avviluppano le conseguenze delle tue azioni. E ti grava attorno come un'aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta. E come puoi piú liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quali tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma: che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l'hanno messa su e la vogliono così e non altrimenti? Dev'essere questa, per forza. Serve così, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitari della facoltà di legge, ai signori clienti che m'hanno affidato la vita, l'onore, la libertà, gli averi. Serve così, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l'atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.
Ecco. Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.
Tra me e lei non c'erano mai stati buoni rapporti. Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s'era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú nel giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe. Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:
«Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.»
Così pensava certamente la povera bestia. La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all'improvviso, nel vedermi guardato così.
Non le faccio male; non le faccio nulla. Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s'accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d'avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone; e in punta di piedi mi reco all'uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l'uscio a chiave, per un momento solo; gli occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d'esser pazzo, d'esser pazzo per un attimo solo, d'uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d'annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia; corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.
Questo è tutto. Non faccio altro. Corro subito a riaprire l'uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l'austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.
Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore. Vorrei farle intendere - ripeto - che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così.
Comprende, la bestia, la terribilità dell'atto che compio.
Non sarebbe nulla, se per scherzo glielo facesse uno dei miei ragazzi. Ma sa ch'io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e seguita maledettamente a guardarmi, atterrita."

a domani!!!




































postato da 1su6miliardi alle 20:25 | link | commenti
sabato, febbraio 07, 2004

Laltro ieri mi hann...

L’altro ieri mi hanno postato apostrofandomi “ ....Fratello”.

Forse chi l’ha fatto non sa di avermi regalato un momento di giubilo.

Ho sempre bramato più di ogni altra cosa, quella di avere un fratello maggiore.

Per anni ne ho sentito il bisogno e la mancanza.

Col passare del tempo mi sarei accontentato anche di un fratello minore, ma adesso ormai non ne ho più necessità.

Ciò non toglie che pur essendo una lacuna incolmabile per oggettivi motivi, “trovare” adesso qualcuno che sia come un fratello non può altro che farmi piacere.

.... Fratello” so che è stato detto solo come forma di saluto, forse ispirandosi a film che parlano di bande e dei loro membri, d'altronde anche per i cattolici siamo tutti “fratelli e sorelle”.

Ma a me che ho sempre voluto un fratello maggiore tale saluto è stato graditissimo.

Poiché mi è sempre pesato essere primogenito, mentre avere avuto un fratello maggiore avrebbe voluto dire che tutte le attese, le aspirazioni, le ansie, i desideri dei genitori sarebbero ricadute su di lui.

Sarebbe toccato a lui soddisfare le speranze e i sogni della famiglia, sarebbe dovuto essere lui il figlio perfetto, la prole ideale. I primogeniti hanno un carico di aspettative da soddisfare non solo nei confronti dei genitori ma anche dei nonni, zii e parenti vari.

Mi sarebbe bastato anche solo sapere che prima di me c’era stato qualcosa che fosse anche un aborto, ed invece niente, io sono il risultato della sacrosanta fertilità sociale in quanto sono nato dopo 10 mesi dal matrimonio, il che è come dire che sono quasi il frutto del primo colpo, anzi del primo coito, e come tale sono servito già dalle prime settimane di vita a certificare la virilità paterna e la fertilità materna.

E così fin da embrione mi sono sentito responsabile di qualcosa, ho sempre avvertito un peso enorme, doveri ed obblighi, già a 6-8 anni ero un tipo serio, affidabile, saggio, fidato, sensato, assennato, consapevole, cosciente, scrupoloso.

Ma ci pensate??? Non ero mica un bambino! Sono stato sempre un piccolo ometto, il che se da un lato mi gratificava facendomi sentire “grande”, dall’altro sarebbe stato un dovere degli adulti liberarmi da quel senso di doveri ed obblighi e non compiacersi che il bambino era così giudizioso e profondo, nonché riflessivo e sempre triste.

Chi ha fratelli, forse mi dirà che sono fortunato, che non so cosa voglia dire “Fratelli, coltelli”: litigi, dispetti, fin dalla tenera età si cerca di avere tutto per sè l’amore dei genitori, e quindi per evitare la spartizione degli affetti ecco nascere invidie e gelosie, che proseguiranno poi fin alla divisione ereditaria di qualche bene lasciato dai cari genitori che furono.

Un fratello conoscendoti bene: ci dormi insieme in cameretta semmai nel letto a castello, sapendo i tuoi punti deboli le tue paure, i tuo i difetti, le tue maracherelle, può rivelarsi il peggiore dei tuoi nemici o può semplicemente spifferare tutto a mamma e papà.

E giacchè sono in tema, voglio fare una confessione: caro amico CA, sai perché venivo spesso a casa tua per fare i compiti scolastici?

Ebbene si, tu avevi due, dico ben due, fratelli maggiori. Ed avere dei fratelli maggiori voleva dire avere a disposizione i dischi dei due fratelli maggiori, le loro cose: ad esempio la chitarra, vuol dire anche avere a disposizione i loro giochi, pur se usati, i loro amici con cui giocare. Ed erano tutte cose che ti invidiavo e di cui ero geloso.

Penso che avendo un fratello maggiore voglia dire avere la strada spianata dalle sue esperienze, non essere costretti a sbattere con la propria testa contro un muro per sapere che la cosa fa male. Forse in questi anni ho sempre idealizzato la figura di un fratello maggiore mancante, pensando che la sua esistenza mi avrebbe facilitato il compito in molti momenti della vita, comunicandomi il suo vissuto, consigliandomi grazie alla sua esperienza.

Ormai è andata così, si vive anche senza fratelli maggiori, ma l’essere chiamato “fratello” mi ha suscitato queste riflessioni odierne. Anche se i fratelli tra di loro non si chiamano “fratello” ma si chiamano per nome o per diminutivo, il chiamare “fratello” qualcuno mi sembra sinonimo di falsa vicinanza da parte di qualcuno completamente estraneo.

Comunque la cosa mi è piaciuta, e chissà anziché l’agognato fratello maggiore potrei ritrovarmi con un fratello minore con cui mutuare le reciproche esperienze di vita facendo sì che i miei trascorsi possano essergli d’aiuto, mentre i suoi percorsi di vita attuali possano a sua volta giovare alla mia visione del mondo e della vita.

E per oggi basta così, anzi data la doppia razione di blog, domani mi asterrò dallo scrivere.

Buon weekend.

postato da 1su6miliardi alle 16:30 | link | commenti (2)